DI:Silvia Fanini

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Nella tradizione della cultura occidentale si è instaurata una scissione, del TUTTO FITTIZIA, tra corpo e mente. La nostra natura corporea è rimasta “nel buio” e  non siamo stati educati ad entrare in contatto con un’intera sfera del nostro essere (il corpo, appunto). Troppo spesso infatti prestiamo attenzione al nostro essere corpo solamente quando vogliamo sbarazzarci di qualche esperienza corporea sgradevole oppure quando siamo in difficoltà con la nostra esistenza come essere fisici (quando ci sentiamo brutti o inadeguati rispetto ai canoni estetici imposti).

Questo modo di accostarci al corpo però non ci permette di incontrarlo pienamente: il rischio è che si trasformi il corpo in un OGGETTO, che lo si valuti (efficiente/inefficiente, bello/brutto, grasso/magro), che lo si sottoponga a confronti (“chi è il più bello?”).

Per accogliere la bellezza genuina e intima di ogni corpo, per dare senso e significato alle sofferenze psicosomatiche (che tanto ci ricordano di vivere un’esistenza “incarnata”) è necessario percorrere altre vie.

La prima via è quella di accostarsi al corpo riscoprendo e “respirando” la sua funzionalità, il suo muoversi, il suo manipolare l’ambiente. Il camminare, il danzare, il giocare accresce l’esperienza del proprio corpo rendendolo vivo e luminoso.

La seconda via è quella di entrare in contatto con il proprio corpo imparando a sentirlo, ad ascoltarlo. La respirazione e la concentrazione sull’esperienza del corpo sono percorsi privilegiati per accedere a questa dimensione.

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